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Paradisi fiscali. Le raccomandazioni di Joseph Stiglitz e Mark Pieth
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Articolo di Redazione
16 novembre 2016 12:48
 
 Il premio Nobel 2001 dell'economia, Joseph Stiglitz, e l'esperto anti-corruzione svizzero Mark Pieth, hanno lasciato senza clamore, in agosto, il comitato degli specialisti messo in piedi da Panama dopo le rivelazioni dei Panama Papers di aprile, denunciando i capricci della censura del presidente del Paese, Juan Carlos Varela.
Lo scorso 15 novembre hanno pubblicato il frutto delle loro riflessioni che da soli hanno fatto sui paradisi fiscali e il mondo offshore, in un rapporto intitolato “Vincere l'economia dell'ombra”.
Il messaggio che hanno lanciato e' in questa doppia chiamata dei capi di Stato e di Governo del mondo intero: c'e' urgenza di “mettere fine al segreto dei paradisi fiscali” e di “cessare la corsa al dumping fiscale verso le multinazionali”.
Lo sforzo di tutti i Paesi e', secondo loro, indispensabile, per prolungare l'azione intrapresa dall'Organizzazione della cooperazione e dello sviluppo economico (OCSE) in materia di lotta contro la frode e l'evasione fiscale internazionali. E di recuperare quindi le decine di miliardi di dollari che sono evaporati nelle localita' offshore, in virtu' del segreto bancario.
La loro proposta ha un senso piu' profondo nel momento in cui il Regno Unito post-Brexit minaccia di giocare l'arma fiscale contro l'Unione Europea (con un tasso di imposta sulle societa' ridotto dal 20 al 10%) e che oltre-Atlantico, il nuovo presidente Donald Trump ha intenzione di organizzare il rimpatrio dei profitti stoccati offshore dalle grandi aziende americane (Google, Apple, Facebook, etc..) con mediamente delle minime penaita'… E soprattutto con la promessa, di conseguenza, di una tassazione ridotta (al 15% rispetto all'attuale 35%).
Rimessa in discussione degli impegni
Inoltre, l'arrivo al potere, in Usa, di un presidente apertamente refrattario alle imposte, e che lui stesso pratica l'evasione fiscale per i propri affari immobiliari, paventa la minaccia di una rimessa in discussione dei grandi impegni negoziati in seno al G20 (gruppo dei venti Paesi piu' ricchi) in termini di trasparenza, dopo la crisi finanziaria del 2008 e la successione di scandali fiscali -prima i Panama Papers, le inchieste OffshoreLeaks, LuxLeaks e SwissLeaks, coordinate dal Consorzio Internazionale del giornalismo di indagine ICLJ.
“C'e' ormai consenso, a livello mondiale, per dire che i paradisi fiscali dove prevale il segreto, pongono un problema globale: essi facilitano il riciclaggio di denaro, nonche' la frode e l'evasione fiscale, contribuiscono alla criminalita' a dei livelli intollerabili di ineguaglianza della ricchezza mondiale”, scrivono Stiglitz e Pieth.
“I Panama Papers hanno dimostrato quello che si supponeva: le giurisdizioni opache servono a nascondere dei flussi finanziari con delle proporzioni che i regolatori non avrebbero mai immaginato (…) e inducono ad ogni sorta di attivita' criminali, dalla frode fiscale alla corruzione passando per la pornografia infantile”.
Stiglitz e Pieth esortano gli Usa e l'Europa a dare l'esempio in materia di lotta contro i paradisi fiscali rifiutando di normalizzarsi: queste grandi potenze hanno, “in quanto leader economici”, “l'obbligo di forzare i centri finanziari a conformarsi alle norme mondiali di trasparenza”. Gli stessi “mezzi che sono impiegati nella lotta contro il terrorismo” devono essere utilizzati “nella lotta contro la corruzione e l'evasione fiscale”.
Il fatto che questo non sia all'ordine del giorno testimonia la complicia' manifestata da alcuni Stati riguardo ai paradisi fiscali che talvolta sono nel loro ambito. Per quanto li riguarda, sicuramente le numerose dependance della corona britannica (dal Jersey alle isole Vergini britanniche…) o i paradisi fiscali “propri” degli Stati Uniti (Delaware, Wyoming…).
Scambio di informazioni
Tra le indicazioni del premio Nobel dell'economia e l'esperto svizzero c'e' la distribuzione, a livello mondiale, di due grandi misure concepite e iniziate, dopo la crisi finanziaria del 2008, dall'OCSE: lo scambio di informazioni tra Paesi sui contribuenti (conti bancari, partecipazioni societarie, interessi finanziari diversi…) e l'obbligo di rivelare l'identita' dei beneficiari effettivi delle societa' di comodo (trust, societa' commerciali…) e dei conti bancari aperti da dei prestanome. Per esempio, grazie alla tenuta dei registri con questi territori offshore, tenuti dalla banche, gli avvocati o le autorita' di controllo.
Se la realizzazione del primo punto e' stata approvata dai G20 ed e' ad un livello avanzato -l'OCSE ha gia' strappato, con un dura lotta da due anni, l'accordo di piu' di cento Paesi per l'organizzazione di sistemi di scambio automatico di dati in prospettiva del 2017 o 2018-, il secondo punto e' ancora lontano dall'essere approvato.
Esso e' attualmente oggetto di dibattiti e di impostazioni in seno alle grandi istanze di riflessione e di regolamentazione mondiali come l'OCSE e il GAFI (Gruppo di azione finanziaria), l'organismo intergovernativo incaricato di lottare contro il riciclaggio di capitali e il finanziamento del terrorismo.
L'OCSE e la sua emanazione, il Forum mondiale per la trasparenza e lo scambio di informazioni a fini fiscali, in collaborazione con il GAFI, sono, in effetti, stati incaricati dal G20, ad aprile, in seguito ai Panama Papers, di migliorare la disponibilita' delle informazioni relative agli effettivi beneficiari. Questa misura e' giudicata essenziale, per fare trasparenza sulle ricchezze offshore dissimulate nei paradisi fiscali.
In quanto al dumping fiscale, i due esperti ritengono che i regimi fiscali privilegiati non dovrebbero in nessun caso essere concessi alle imprese che li utilizzano per trasferire i proventi dei benefici dei Paesi in cui gli stessi si sono realizzati.

(articolo di Anne Michel, pubblicato sul quotidiano Le Monde del 16/11/2016)
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