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Cambiamento climatico e instabilità finanziaria
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Articolo di Redazione
1 novembre 2019 11:45
 
Il sistema finanziario, da collaterale all’economia reale, ci ha abituati ormai a un ruolo da protagonista assoluto: è in quest’ecosistema etereo, senza precisi confini spaziali e dalle tempistiche decisionali incomparabilmente più veloci di quelle cui sono giocoforza ancorati gli stati nazionali, che si impongono gli spazi di manovra della democrazia. Non più il contrario. Eppure un nuovo elemento è arrivato a ricordare come anche i destini della finanza siano in fondo legate alle variabili di questo mondo: i cambiamenti climatici, che con la loro avanzata minacciano alla base la stabilità del sistema finanziario, e con essa quella dei bilanci pubblici.
Secondo lo studio The public costs of climate-induced financial instability, appena pubblicato su Nature climate change da un team di ricercatori italiani, gli impatti dei cambiamenti climatici sul sistema finanziario effetti potrebbero riverberarsi su scala globale, proprio come quelli sperimentati nel corso della crisi finanziaria del 2008, costringendo (di nuovo) i governi a intervenire. E oggi il rischio è ancora più grande di allora. Nel bel mezzo della grande recessione di cui stiamo ancora oggi pagando le conseguenze, scatenatasi nel 2007 a partire dalla finanza statunitense, i derivati – simbolo della miccia che ha dato fuoco alle polveri – valevano ad esempio 466 miliardi di dollari a livello globale, oltre sei volte il Pil del mondo intero. La lezione non è stata imparata: oggi valgono 2,2 milioni di miliardi di euro, vale a dire 33 volte il Pil mondiale.
Cosa c’entrano dunque i cambiamenti climatici? «Gli impatti in realtà sono impatti a livello d’impresa – spiega il primo autore dello studio, Francesco Lamperti, ricercatore della Scuola Sant’Anna di Pisa e del Rff-Cmcc – perché vanno a ridurre la produttività o mettono a rischio gli stock di capitale. Questi però hanno il potere di influenzare, per effetto del fallimento delle aziende, il sistema finanziario». Nel dettaglio, per effetto dei cambiamenti climatici l’instabilità del sistema bancario potrebbe aumentare considerevolmente e questa instabilità, a sua volta, amplificherebbe gli impatti che i cambiamenti climatici hanno sulla crescita economica. Lo studio per la prima volta prova a quantificare tale effetto: i fallimenti delle banche in futuro sarebbero, a causa dei cambiamenti climatici, più frequenti (da +26% fino a +248%); salvare le banche insolventi comporterebbe un costo per i governi pari a circa il 5%-15% del Pil all’anno, portando a un’esplosione del debito pubblico, che potrebbe arrivare a raddoppiare nel 2100.
Che i cambiamenti climatici influenzeranno negativamente la crescita economica, sia riducendo la produttività dei lavoratori che quella dello stock di capitale delle imprese, era cosa nota; lo studio pubblicato su Nature mostra ora che «il cambiamento climatico avrà un impatto sostanziale sul mondo della finanza – come sottolinea Massimo Tavoni, direttore di Rff-Cmcc e docente al Politecnico di Milano – Dai nostri risultati appare chiaro che mentre la probabilità di sopravvivenza delle imprese si riduce di circa tre volte, il rischio di fallimento delle banche arriva a raddoppiare». Con pesanti ripercussioni sull’economia reale: «Il 20% della riduzione della crescita dovuta al cambiamento climatico è attribuibile a questo canale finanziario», precisa Valentina Bosetti ricercatrice Rff-Cmcc e professoressa all’Università Bocconi di Milano.
Che fare, dunque? Se i cambiamenti climatici riportano coi piedi per terra il sistema finanziario, il ruolo delle istituzioni pubbliche è quello di tornare a governarlo. «In presenza di impatti da cambiamento climatico – conclude Andrea Roventini, docente alla Sant’Anna di Pisa – il regolamentatore finanziario può richiedere alle banche di fissare un limite ai prestiti erogati alle imprese che tenga conto anche dell’andamento del clima, così da minimizzare i rischi a cui il sistema finanziario si espone».

(articolo di Luca Aterini pubblicato su Greenreport del 30/10/2019)
 
 
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