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La lista dei paradisi fiscali
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Articolo di Redazione
31 gennaio 2018 13:50
 
 Una lista nera dei paradisi fiscali, con dei criteri oggettivi e senza trattative segrete dell’ultimo minuto? Lungi da quella lista controversa stilata dall’Unione Europea, in cui risultano solo nove Paesi, l’associazione Tax Justice Network (TJN) ha realizzato la sua per gli ultimi due anni, analizzando 112 giurisdizioni. Pubblicata il 30 gennaio, in testa per l’ennesima volta c’e’ la Svizzera, seguita da Usa e isole Cayman.
“Contrariamente ad altre, la lista non e’ basata sulle decisioni politiche”, sottolinea TJN. L’Europa non e’ esentata: il Lussemburgo si situa al 6to posto, davanti alla Germania, mentre il Guernesey e’ al 10mo posto. Tre giurisdizioni asiatiche sono anche tra le prime 10, con Hong Kong, Singapore e Taiwan.
Una delle principali evidenze di questa classifica e’ l’avanzamento notevole degli Usa. Al 6to posto nel 2013, poi 3zo nel 2015, eccolo ormai piazzato al 2do posto. “E se questo trend continua, e’ molto probabile che si ritrovera’ in testa l’anno prossimo”, dice John Christensen, presidente di TJN. Motivo: la scelta politica degli Usa di lottare fermamente contro i paradisi fiscali all’estero, mostrandosi invece lassista a casa sua.
“Opacita’ finanziaria”
Lo studio del TJN va oltre i semplici paradisi fiscali per concentrarsi sul concetto piu’ largo di “opacita’ finanziaria” dei Paesi. Il calcolo combina due indici: la trasparenza di una giurisdizione (scambio automatico di dati o meno, esistenza di un registro dei beneficiari d’impresa o meno, etc.) e la dimensione del suo settore finanziario. Mescolando i due, TJN misura l’impatto mondiale del Paese sulla finanza che presenta dei dubbi (criminalita’ finanziaria, evasione fiscale, riciclaggio di denaro…).
Considerando solo il primo metodo, i paradisi fiscali piu’ decisi sono Vanuatu, Antigua-Barbuda e le Bahamas. Ma, aggiungendo la loro importanza nella finanza mondiale, la Svizzera (4,5% dei flussi finanziari internazionali) e gli Usa (22,3%) vanno in testa.
Per la Svizzera, TJN riconosce che dei veri sforzi sono stati fatti, ma l’associazione ritiene che sono parziali e lenti. Dal punto di vista positivo, il Paese ha deciso di aggiungersi all’accordo di scambio automatico di dati organizzato dall’Ocse. Questa misura, chiave di volta della lotta contro l’evasione fiscale, e’ applicata dalla Confederazione elvetica dall’inizio di questo anno. Concretamente, significa che se un francese possiede un conto in Svizzera (dichiarato o meno), le autorita’ francesi devono esserne messe al corrente, sena bisogno che lo chiedano.
Approccio a due velocita’
Un problema, per TJN, e’ il fatto che la Svizzera ha scelto un approccio a due velocita’: una cooperazione esemplare coi in Paesi occidentali, ma un vero e proprio tentennamento a scambiare dati coi Paesi emergenti. E quello che l’associazione chiama “zebra”: “del vero e proprio denaro, pulito, coi Paesi ricchi e potenti; del denaro sporco, nero, per i Paesi piu’ vulnerabili e in via di sviluppo”.
Se la Svizzera rappresenta la storia di un insufficiente progresso, gli Usa al contrario rappresentano una situazione che si aggrava. Secondo TJN, la strategia americana si riassume in: “difendersi contro i paradisi fiscali stranieri, facendo si’ di essere un paradiso fiscale per gli stranieri”.
Al centro di questo approccio unilaterale si trova il rifiuto degli americani di aderire al trattato di scambio dati dell’Ocse. Washington stima che non ce ne sia bisogno, poiche’ loro possiedono le loro leggi, in vigore dal 2014, fondate sullo stesso principio, il FATCA (Foreign Account Tax Compliance Act). La realta’: questa legge e’ fortemente disequilibrata, forzando i Paesi stranieri ad inviare tutte le informazioni che hanno su cio’ che viene fuori dagli Usa, ma si mostrano molto avari per informare su cio’ che arriva dagli stranieri e che hanno dei conti in Usa.
Dalaware, Wyoming, Nevada: “il Far West” fiscale
Risultato, le istituzioni finanziarie americane ne approfittano per andare a caccia di clienti, particolarmente nei Paesi emergenti. “Hanno organizzato un marketing molto aggressivo a livello internazionale, giocando sul fatto che il FATCA non e’ reciproco”, spiega Christensen. E sembra che questo funzioni: la parte di mercato degli Usa nei flussi finanziari internazionali e’ passata dal 19,6% del 2016 al 22,3% di oggi. A questo va aggiunta l’abitudine degli Stati del Delaware, del Wyoming e del Nevada, che permettono molto facilmente la registrazione di imprese prestanome e di trust completamente anonimi. “Li’ c’e’ il Far West”, dice Christensen.
La classifica infine e’ poco gentile nei confronti della Germania, che trascina i piedi a Bruxelles per evitare che avvi un registro dei beneficiari degli strumenti finanziari, e che esita a siglare accordi di scambio automatico di dati coi Paesi emergenti. In quanto al Regno Unito, la sua buona posizione (23mo posto, proprio davanti alla Francia che e’ al 25mo) si spiega perche’ e’ considerata in modo isolato, lungi dalle dipendenze e dai suoi territori d’oltremare semi-autonomi: “la doppiezza e’ flagrante”, conclude Christensen.






















(articolo pubblicato sul quotidiano Le Monde del 31/01/2018)
 
 
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